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Romeo Felice

Rsa non da superare ma da attualizzare

Prospettive Sociali e Sanitarie, 1/2022, 2022, pp.9-11

Perché non è possibile abolire il sistema delle Rsa? Uno dei problemi principali nell’assistenza è quello della demenza. Ad esempio, nelle liste di attesa di chi fa domanda in RSA, la presenza del deterioramento cognitivo e della demenza, considerata come prima o seconda causa di non autosufficienza, riguarda praticamente la totalità dei richiedenti. Dopodiché, è chiaro che ci sono anche nicchie di persone che non stanno bene in RSA perché hanno dei livelli di autonomia che gli consentirebbero di starne fuori. È anche difficile pensare di proporre un cambio di residenza a persone che non ne hanno un effettivo bisogno per varie ragioni: ad esempio, il77% degli anziani è titolare di proprietà dell’alloggio, la casa viene vissuta come una parte del corpo delle persone, per cui non si è disponibili a distaccarsene facilmente.

Il mini alloggio e la casa famiglia non sono sempre una valida alternativa: a volte si riscontrano situazioni di scarsa assistenza, di abbandono, di non autosufficienza, perché poco a poco le persone diventano non autosufficienti, magari anche gravi e con la demenza, ma nessuno li ricovera, oppure le liste di attesa sono molto lunghe, per cui restano in situazioni previste per basse intensità assistenziali in modo improprio. Quindi, non sempre “piccolo è bello”. Certo anche i dati del Covid-19 hanno dimostrato che nelle situazioni più piccole c’è stata minor mortalità, ma non è detto che una struttura piccola debba essere gestita da un’organizzazione piccola. Potrebbe essere gestita da un’organizzazione in grado comunque di garantire capacità, professionalità, possibilità di intervento anche di figure appropriate, cose che oggi nella maggior parte delle case famiglia o delle strutture piccole mancano.

 Quindi riemerge il discorso di rete, fondamentale, non solo per poter garantire la vicinanza, che è un problema centrale rispetto al piccolo; ma la funzione di una rete è anche condizionata dal fatto che, quando parliamo di presa in carico ci riferiamo ad un servizio che ha la capacità di offrire soluzioni modulari rispetto a quello che è l’andamento della disabilità e della non-autosufficienza nelle persone anziane. Quindi se da una parte va superata un’assistenza domiciliare ridicolmente legata alla singola prestazione – sia quella del Comune siaquella della Sanità – dall’altra nulla cambia se non si applica un modello in cui c’è una responsabilità di cura e di presa in carico a livello individuale, cioè di persone che parlano e incontrano le persone dei servizi.

In British Columbia, Canada, dove l’assistenza domiciliare funziona 7 giorni alla settimana, la prima cosa che la famiglia ha quando riceve l’assistenza domiciliare è il nome, cognome e il numero di telefono della persona che è responsabile dell’andamento del suo caso, di solito la stessa che insieme a loro ha deciso l’attivazione del servizio. Nella rete ciascun servizio è condizionato dalla presenza e dalla disponibilità degli altri. È decisivo che si sia in grado non tanto di applicare regole ma di consigliare le persone, le famiglie, i medici di famiglia per accedere alla miglior risposta possibile all’interno della rete che si è costruita. In questo un ruolo fondamentale sarebbe svolto dalle strutture di counselling che però non rispondono adeguatamente, limitandosi a “smistare” i pazienti all’uno o all’altro servizio.

(Sintesi redatta da: Anna Costalunga)

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Autore (Cognome Nome)Romeo Felice
Casa Editrice, città
Collana
Anno Pubblicazione2022
Pagine9-11
LinguaItaliano
OriginaleSi
Data dell'articolo19000101
Numero1/2022
Fonte
Approfondimenti Online
FonteProspettive Sociali e Sanitarie
Subtitolo in stampaProspettive Sociali e Sanitarie, 1/2022, 2022, pp.9-11
Fonte da stampare(Sintesi redatta da: Anna Costalunga)
Volume
Approfondimenti
Romeo Felice
Attori
Parole chiave: Anziano non autosufficiente Residenza Sanitaria Assistenziale Rete dei servizi, integrazione